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Dalla TARSU alla TARIP: il percorso verso la misurazione puntuale dei rifiuti

Nei settori dell’acqua e dell’energia elettrica, la bolletta si basa da tempo sui consumi effettivi: il gestore idrico fattura in base ai metri cubi rilevati dal contatore, quello elettrico in base ai kWh registrati. Nel settore rifiuti, il criterio più diffuso è rimasto per lungo tempo un altro: i metri quadri dell’abitazione. Non quanto si produce, ma quanto spazio si occupa. 

Questa distanza tra tassa e consumo reale attraversa l’evoluzione normativa che, dalla TARSU degli anni ’40, arriva fino alla TARIP di oggi. Un percorso fatto di riforme parziali, ciascuna con margini di miglioramento rispetto alla precedente, che si muove nella direzione di un principio già sperimentato in altri settori: quello del Know As You Throw (KAYT), secondo cui la tariffa dovrebbe riflettere il conferimento effettivo di ciascuna utenza.

TARSU: la tassa sui metri quadri

La TARSU nasce con la L. 366/1941, viene rivista dal D.P.R. 915/1982 e ridisciplinata dal D.Lgs. 507/1993, che ne rafforza la natura di tassa collegata all’erogazione del servizio pubblico da parte del Comune. 

Il presupposto è l’occupazione o la detenzione di locali e aree scoperte nelle zone in cui il servizio di raccolta è istituito e attivato. È dovuta a prescindere dal fatto che l’utenza utilizzi effettivamente il servizio: basta che il Comune lo abbia reso disponibile. 

Il calcolo è diretto e considera la superficie complessiva dei locali moltiplicata per la tariffa della categoria di appartenenza, senza riferimento alla quantità di rifiuti prodotta né a chi occupa l’immobile. È uno strumento pensato principalmente per la riscossione, con una capacità limitata di riflettere il servizio effettivamente reso. 

TIA: da tassa a tariffa

Il D.Lgs. 22/1997 (Decreto Ronchi) introduce una legge quadro focalizzata su prevenzione, riciclaggio e recupero, relegando lo smaltimento a fase residuale. Cambia anche il lessico: non più “tassa”, ma tariffa. 

La TIA prova per la prima volta a far pagare ciascuno per i rifiuti che effettivamente produce. La quota fissa copre i costi strutturali del servizio (spazzamento, investimenti, ammortamenti); la quota variabile è invece rapportata ai componenti del nucleo familiare e alla quantità di rifiuti prodotta sul territorio comunale. 

È un passaggio concettuale importante, anche se il criterio resta prevalentemente presuntivo: la componente variabile stima la produzione di rifiuti in base ai componenti del nucleo familiare, non la misura sul singolo conferimento. 

TARES: un anno di transizione

In vigore per il solo 2013, la TARES viene introdotta dal D.L. 201/2011 (“Salva Italia”) con un obiettivo duplice: finanziare la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti e, insieme, i servizi indivisibili del Comune, come l’illuminazione pubblica. 

L’importo dipende da superficie dell’immobile, numero di residenti, uso dei locali e produzione media dei rifiuti. Torna quindi la natura di tributo, dopo il tentativo di tariffa della TIA. La TARES è applicata per circa un anno, ma pone le basi per la TARI. 

TARI: il ritorno alla logica presuntiva

Con l’introduzione della IUC, la TARI torna a configurarsi come tassa comunale. Si calcola su una quota fissa e una quota variabile, determinate in base ai metri quadri dell’immobile e al numero dei componenti del nucleo familiare, con l’obiettivo di coprire integralmente i costi del servizio. 

È il modello oggi più diffuso tra i Comuni italiani. La sua criticità principale resta la stessa che accompagna il settore dai tempi della TARSU: la produzione di rifiuti viene stimata, non misurata. Due utenze identiche per metratura e numero di componenti pagano lo stesso importo, indipendentemente da quanto effettivamente conferiscono o da quanto differenziano. 

TARIP: la misura al centro

La TARIP segna un cambio di impostazione rispetto ai modelli precedenti: non stima più la produzione di rifiuti in modo presuntivo, ma la misura sulla base del conferimento effettivo di ogni singola utenza. 

Questo approccio si appoggia su un’infrastruttura misurabile attraverso: contenitori taggati, sistemi di lettura degli svuotamenti, tracciamento dei conferimenti ed elaborazione dei dati raccolti sul campo.

Verso una misurazione sempre più puntuale del servizio

Il percorso da TARSU a TARIP racconta un settore che, passo dopo passo, si è avvicinato al principio già applicato in altri comparti regolati: far pagare in base a quanto si consuma, non solo a quanto si occupa. Con l’evoluzione del quadro regolatorio ARERA e l’orizzonte del TICSER, la misurazione dei conferimenti assume un ruolo sempre più centrale nella costruzione del sistema tariffario. 

Tracciare gli svuotamenti, associarli con precisione a ogni singola utenza e rendere questi dati accessibili sia al Gestore sia al cittadino è un passaggio chiave per applicare il principio del Know As You Throw , la TARIP e costruire un sistema tariffario più equo e trasparente. È in questa direzione che si muove l’ecosistema digitale di DNA Ambiente, che supporta Gestori e Comuni lungo l’intero processo: dalla rilevazione dei conferimenti sul campo fino alla loro elaborazione per la tariffazione puntuale. 

L’evoluzione normativa che ha portato dalla TARSU alla TARIP

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